I VITIGNI MARCHIGIANI


Le Marche hanno rappresentato da sempre un antico nucleo di insediamento, coltivazione e propagazione della vite.
Ancora oggi, nell’ambito della viticoltura italiana, le Marche si caratterizzano per l’elevato numero di varietà di viti e per la presenza di ceppi centenari in molti vigneti.
Questa particolare condizione della viticoltura marchigiana deriva dalla singolare combinazione di più elementi strutturali: storici, sociali, geografici e culturali.
La frammentazione spinta della proprietà fondiaria, l’orografia della regione, la diversificata natura dei terreni, alcune pratiche tradizionali come la moltiplicazione della vite per propaggine o la consociazione di più varietà nei vigneti, hanno reso le Marche un contesto rilevante nel panorama vitivinicolo italiano.
La coltura della vite nelle Marche si comincia a conoscere con l’arrivo dei Greci siracusani che oltre a fondare Ancona crearono fiorenti scambi di merci via mare. Fu poi con i romani che la produzione di vino prese piede e iniziò a essere conosciuto in tutto l’impero il famoso “vino Piceno” ma già a quei tempi si parlava di Verdicchio, il vino più rappresentativo della regione. Poi per moltissimi anni il vino sembrò che non esistesse più; con il passare del tempo anche il metodo di coltivazione cambiò e le viti maritate (legate ad aceri o olmi) “passarono” al palo, così come oggi la conosciamo e anche la tecnica enologica cambiò, non si usarono più mosti cotti che servivano per aumentare gli zuccheri ma si è passati a una produzione più in linea con i gusti moderni.
Alla fine degli anni ’60 il panorama varietale viticolo delle Marche, annoverava n. 205 vitigni ad uva da vino, più altri, non identificati, coltivati in coltura principale e secondaria (ISTAT 1970).

La viticoltura delle Marche ha vissuto profonde modifiche negli anni ’70, quando la sua base ampelografica, ovvero il complesso dei suoi vitigni coltivati, è andata via via riducendosi durante la fase di vertiginoso rinnovamento dei vigneti, che si sono adeguati alle mutate condizioni sociali e tecnologiche.
Dopo l’istituzione delle prime DOC della Regione, Sangiovese, Montepulciano, Verdicchio, Trebbiano toscano e Biancame divengono le varietà sempre più importanti e si assiste ad una progressiva emarginazione di numerosi vitigni “locali” che in passato arricchivano gli uvaggi.
Da qualche tempo però si assiste ad una inversione di tendenza, per cui alcuni vitigni locali minori sono stati riscoperti e riportati in auge, attraverso l’istituzione di nuove DOC e la revisione di alcuni disciplinari di produzione.
Oggi, il panorama ampelografico regionale marchigiano annovera, tra vecchie iscrizioni e nuove introduzioni, quarantuno varietà di vite classificate idonee alla coltivazione su tutto il territorio regionale (Reg. CE 2548/1999, DM 11/10/99, Reg. CE n. 1227/2000). (Deliberazione della Giunta regionale Marche n. 1719 del 09/12/2003. – “Iscrizione delle varietà di vite per la produzione di vino nell’Elenco regionale).

Il vitigno bianco autoctono più diffuso nella regione è il Verdicchio, ma anche Pecorino, Passerina, Biancame, Maceratino, tutti autoctoni, meritano considerazione così come Trebbiano toscano, Malvasia bianca di Candia e Malvasia bianca lunga da lungo tempo coltivati nelle Marche. I vitigni autoctoni a bacca nera sono attualmente rappresentati da Lacrima e Vernaccia nera, a cui si aggiungono altre tre varietà di antica e ampia diffusione, come Montepulciano, Sangiovese ed Aleatico. Lacrima e Vernaccia nera, i due vitigni autoctoni a bacca nera, hanno accentuate peculiarità e danno rispettivamente il Lacrima di Morro d’Alba, in provincia di Ancona e la Vernaccia di Serrapetrona in provincia di Macerata, la sola Vernaccia nera da cui si produce uno spumante rosso poco dolce e molto interessante; è una DOCG dal 2004.

I vitigni

LACRIMA
Cenni storici, distribuzione geografica ed entità delle superfici coltivate

Vitigno a bacca nera, già ampiamente diffuso in provincia di Ancona e di Macerata verso la fine del 1800, attualmente è coltivato su oltre 200 Ha in provincia di Ancona.
In Italia sono stati censiti oltre 700 Ha di Lacrima, ma occorre tenere presente che con questa denominazione vengono sovente coltivate varietà diverse da quella diffusa nella nostra regione. Numerosi casi di omonimia erano peraltro stati riportati in passato sia dal Di Rovasenda (1877) che dal Molon (1906). L’area elettiva di coltivazione di Lacrima è ristretta a Morro d’Alba e comuni limitrofi in provincia di Ancona, dove si produce il vino DOC “Lacrima di Morro”.
Vitigno antico, unico; ha resistito al diffondersi di vitigni più produttivi e più facili da coltivare. La sua diffusione è limitata nel ristretto areale di Morro d’Alba e comuni limitrofi per una superficie coltivata attuale di circa 200 ettari, dalla quale si produce il rinomato vino a Denominazione di Origine Controllata.
Nel Censimento Agricoltura del ’70, Lacrima non è stata censita in quanto non riconosciuta come varietà, ma nel C.A. dell’82 è possibile rilevare un quota, seppur minima, di superficie vitata (sotto “altri vini”), censita con età superiore ai 20 anni (ha 3,84).

Caratteristiche morfologiche, agronomiche ed enologiche

Lacrima presenta un grappolo generalmente spargolo o poco compatto. Gli acini sono rotondi, di medie dimensioni con buccia di colore blu-nero mediamente pruinosa, di sapore caratteristico. La foglia è priva di peli e la sua lamina presenta quattro “insenature laterali” mediamente profonde e dentatura pronunciata. L’apice del germoglio è di colore rosso, coperto da pochissimi peli bianchi e le giovani foglie sono rossicce.
Lacrima germoglia in epoca precoce (7-10 giorni prima di Sangiovese) e questo la rende particolarmente sensibile ai ritorni di freddo primaverili. L’uva matura dopo la metà di settembre. La popolazione di questo vitigno si presenta piuttosto omogenea anche se affetta dalla presenza di virus per cui è in corso un’operazione di risanamento del materiale vivaistico.
Lacrima fornisce vini dal colore rosso rubino carico con profumo gradevole, intenso, che diventa più complesso nel vino maturo. Il profilo olfattivo dei vini di Lacrima è inconfondibile, il loro sapore è gradevole, morbido, caratteristico, di medio corpo.

Importanza economica e valorizzazione

E’ sicuramente un vitigno molto versatile che oggi, oltre alle tradizionali versioni, viene impiegato anche per la produzione di vini in cui è prevista la macerazione carbonica delle uve. Il vino DOC “LACRIMA DI MORRO D’ALBA” ha avuto il suo riconoscimento con DPR del 9 gennaio 1985, sostituito dal DM 6 aprile 1999 e modificato dal DM 22 dicembre 1999. Il vino deve essere ottenuto da uve del vitigno Lacrima in cui possono essere presenti i vitigni idonei alla coltivazione sul territorio regionale in misura non superiore al 15%.

La DOC riconosciuta per Lacrima, allo stato attuale, è unica nel panorama vitivinicolo italiano.

Allo stato attuale, per Lacrima non esistono cloni omologati, ma sono in corso lavori di selezione clonale.

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